Osteoporosi e Calcio

uomo vitruviano

Uno dei problemi maggiori in menopausa è l’ osteoporosi con rapida perdita di  massa ossea (Bone Mineral Mass)  e di densita’ ossea (Bone mineral Density-BMD) e  deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo.
La velocita’ di perdita diminuisce dopo 5 anni ed è comunque ancora sensibile dopo tale tempo. In 20 anni dopo la menopausa la donna perde più del 50% di osso trabecolare e più del 30 % dell’osso corticale (scheletro periferico) con riduzione dell’ altezza, alterazione della normale  postura ed aumentato rischio di fratture. In Italia sono oltre 5 milioni i malati di osteoporosi ed almeno altrettanti i soggetti a rischio. Secondo lo studio ESOPO ( 4) che ha considerato 16.000 soggetti afferenti ad 83 centri specialistici distribuiti su tutto il territorio nazionale, circa il 23% delle donne soffre di osteoporosi,  mentre nelle stesse fasce d’età l’osteopenia riguarda il 42%. Stratificando per età soffre di osteoporosi il 4,5% delle donne dai 40 ai 49 anni, fino al 41,3% nelle donne di età compresa fra i 70 e i 79 anni, con 200.000 fratture derivate in Italia ogni anno. Vi è il  40% di rischio di fratture negli anni successivi alla menopausa, che raggiunge il 50% se sono incluse le fratture asintomatiche vertebrali. La riduzione degli estrogeni conseguente alla menopausa porta a diminuita attività osteoblastica, riduzione della matrice ossa con scarsa deposizione di calcio e fosforo. Alcuni fattori di rischio ambientali sono comunque importanti: sedentarieta’o immobilità, basso introito di calcio, ridotto intake di vit D o scarsa esposizione al sole, fumo, consumo di alcool e caffe’hanno un ruolo importante ed andrebbero adeguatamente considerati in tutte le strategie terapeutiche.
Il rischio maggiore sono le fratture , ed in particolare la la frattura del femore con effetti epidemiologici e sociali devastanti. La mortalità in fase acuta è del 5% e sale al 15-25% nei dodici mesi seguenti. Il 20% dei pazienti perde completamente la capacità di camminare, mentre solo il 30-40% riacquista la piena autonomia nello svolgimento delle attività quotidiane.